La storia della strage di Piazza Fontana: la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, le 17 vittime, la pista anarchica, la morte di Pinelli e la matrice neofascista emersa nei processi.
Il 12 dicembre 1969, Milano venne colpita da una delle stragi più gravi della storia repubblicana. Alle 16.37, nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, esplose una bomba mentre l’istituto era ancora pieno di clienti, molti dei quali agricoltori, commercianti e mediatori arrivati dalla provincia per le operazioni del venerdì.
Il bilancio fu drammatico: 17 morti e decine di feriti. L’esplosione devastò la banca e trasformò il centro di Milano in uno scenario di guerra. Nello stesso pomeriggio furono collocati altri ordigni tra Milano e Roma: uno venne trovato inesploso alla Banca Commerciale Italiana di piazza della Scala, mentre nella Capitale esplosero altre bombe che provocarono ulteriori feriti.

Strage di Piazza Fontana: la pista anarchica e la morte di Pinelli
Nelle prime ore dopo la strage, le indagini si orientarono verso gli ambienti anarchici. Vennero fermati e interrogati molti militanti. Tra loro c’erano Pietro Valpreda, che sarebbe rimasto per anni associato pubblicamente alla strage prima di essere assolto, e Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico milanese.
Pinelli morì nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 precipitando da una finestra della Questura di Milano, durante le ore degli interrogatori. La sua morte aprì un’altra ferita dentro la ferita: alimentò proteste, sospetti, scontri politici e una lunghissima stagione di accuse, controaccuse e lacerazioni civili.
La pista anarchica, con il passare degli anni, perse consistenza. L’inchiesta si spostò progressivamente verso l’area dell’estrema destra eversiva, in particolare verso ambienti neofascisti veneti legati a Ordine Nuovo. Ma il percorso giudiziario sarebbe stato lunghissimo, pieno di spostamenti di sede, assoluzioni, annullamenti e nuove indagini.
I processi, la matrice neofascista e l’assenza di condanne definitive
Il caso Piazza Fontana attraversò decenni di giustizia italiana senza arrivare a una condanna definitiva per gli esecutori materiali della bomba.
Franco Freda e Giovanni Ventura furono assolti in via definitiva nei primi processi; anni dopo, la Cassazione indicò però nella cellula neofascista veneta un ruolo storico nella strage, pur senza poterli condannare nuovamente per il principio del ne bis in idem.
Nel 2005 si chiuse anche l’ultimo grande processo, con l’assoluzione definitiva degli imputati Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni. Sul piano giudiziario, dunque, la strage rimase senza colpevoli condannati in via definitiva.
Sul piano storico e politico, invece, Piazza Fontana è ricordata come l’avvio simbolico della strategia della tensione, una stagione di bombe, depistaggi, paura e violenza politica destinata a segnare l’Italia per molti anni.
La strage di Piazza Fontana resta una ferita aperta: non solo per le 17 vittime e per i feriti, ma perché racconta una Repubblica colpita nel cuore, incapace per decenni di arrivare a una verità giudiziaria piena. Una bomba esplosa in una banca, ma anche nella fiducia degli italiani verso lo Stato.